Corpi fratelli

22 Settembre 2018

Gui punta gli indici sul muro bianco vicino alla porta del bar, li pianta come chiodi. E da lì va su su su a tracciare due linee lungo la parete ruvida. Le linee cominciano parallele, progressivamente divergono, pian piano si allontanano.
«Sai» dice Gui, «così può essere la vita di due persone. All’inizio sono un’unica cosa. Stessa strada, stesso percorso. Ma dopo un po’ ci si ritrova in questa situazione». Gui guarda i propri indici ormai distanti uno dall’altro. «E qui che facciamo? Mi riavvicino io a te? Ti riavvicini tu? Ma io sento che la vita è avanti».
Un tango te lo dice: forse non posso venire con te per sempre.
Scusami. Però sarò con te per sempre.
Gui è pazzo, ma se vuole può essere serissimo.

Quique dice: «Certo: donne tante. Ma se tradisci, tradisci te stesso. L’altro non c’entra. L’altro non è nel tuo tradimento». Anche Quique è pazzo. Ma un po’ meno di Gui. E Quique è pure altissimo, ma un po’ meno di Gui, cosa che lo fa incredibilmente apparire quasi basso.

Se li guardi, non sembrano davvero fratelli. Cioè: fratelli fratelli. Magari hanno solo un genitore in comune. Magari entrambi i genitori in comune, ma con l’interferenza dei geni dei nonni o dei trisavoli, o di chissà chi nell’albero genealogico.

Gui svetta magro e asciutto, gambe lunghe, bacino stretto, spalle contenute. Quique è più polposo, spalle più distese. Gui ha tanti capelli, piovono a fontana ai lati della fronte. Quique ha i capelli come un’onda, iniziano tutti a un certo punto, tutto all’improvviso, folti e increspati dopo un po’ di nulla.

Quando cominciarono a ballare nelle milonghe di Buenos Aires, avevano undici e tredici anni. Erano alti così. Piccoli così. Ballavano con il viso «ad altezza tette». Contemporaneamente comodo e scomodo. Un’idea di piacere e imbranataggine insieme. Una volta, a una milonga non c’erano abbastanza donne e si misero a ballare tra di loro. Qualcuno li notò e da lì partì tutto.

Mentre racconta, Quique vede che i nostri bicchieri sono vuoti. Ci versa dentro un po’ della sua birra. Gui vede che non c’è cibo per tutti, ci dà un po’ della sua pizza. «Da noi funziona così: alla mia tavola sei mio fratello».

Gui&Quique: entrambi altissimi, ma uno più alto dell’altro. Entrambi pazzi, ma uno più pazzo dell’altro. Nel complesso si equilibrano perfettamente. Quell’equilibrio che metti in piedi in due. Un po’ come il tango: te lo giochi creando insieme all’altro. Quique ripensa alle origini: «All’inizio c’erano i maestri che non avevano maestri perché erano loro i primi a inventare. Copes e gli altri della sua generazione. Si allenavano in posti schifosi, non avevano internet né twitter né facebook. Ma avevano i sogni».

Il tango si balla (almeno) in due. Fai girare le storie!

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